Sulla così detta Social Card sì è fatto notare da più parti la sua inadeguatezza per un eventuale sostegno del potere d’acquisto delle fasce più deboli della società, in costante declino da troppi anni ormai. Per non parlare del suo effetto stabilizzatore, dal punto di vista del sistema economico ormai in avaria: cosa può influire poco più di un euro al giorno di fronte ad esempio, ad una disoccupazione ormai dilagante? Dopotutto è una carta sconto per acquisti simile a quelle rilasciate dai più famosi centri commerciali. Dubito che poco più di un euro al giorno riesca ad riattivare un discreto consumo come vorrebbe tanto Il Cavalier Berlusconi, ammesso che sia una leva sufficiente di contrasto alla crisi.
Ma la Social Card rileva indirettamente un’altra peculiarità propria della mentalità dei brillanti Tremonti & company che a mio avviso è fondamentale rilevare in prospettiva futura.
Di solito per sostenere le persone che si trovano nelle fasce marginali di una società, optando per un aumento del loro potere d’acquisto o come dicono i sopra citati, per “rilanciare i consumi” le alterative sono due: ci sono i trasferimenti di reddito, che vanno ad influire sul reddito appunto della persona che lo riceve (vedi governo Prodi) e ci sono i trasferimenti di beni e servizi. Nel primo caso il beneficiario possiede sempre la libertà di scegliere la destinazione di reddito aggiuntivo ricevuto come meglio crede; mentre nel secondo caso gli acquisti sono vincolati a determinati beni. Quest’ultima manovra, che sembra proprio quella della Social Card, rileva scarsa fiducia circa l’utilizzo di un’eventuale libera scelta da parte del beneficiario dell’intervento, facilmente deducibile dal fatto che si limita l’acquisto a determinati beni di prima necessità già individuati, o meglio, in questo caso, la tessera magica individua a priori i “fornitori”. Il concetto che sta a monte è evidente: si tratta di paternalismo, per il quale l’indigente o comunque sia il bisognoso è responsabile del suo stesso stato di povertà, per cui si interviene a sostenerlo in cambio della sua autonomia. In pratica si sostiene implicitamente l’incapacità dell’individuo il quale può essere addirittura dannoso a se stesso, in quanto appunto incapace di muoversi nelle scelte quotidiane. In psicologia sociale esiste un concetto chiamano “errore d’attribuzione”, ovvero attribuire fenomeni come causati dall’individuo, sottovalutando l’influenza del contesto circostante che, di fatto, determina realmente la situazione favorevole al verificarsi del fenomeno preso ad oggetto. Da qui errore appunto, di attribuzione. Gli ideatori di questa carta del pane sembrerebbero proprio affetti da questo strabismo psicologico: la marginalità è per loro il prodotto dell’incapacità nello stare al mondo, è massa di incapaci di provvedere a se stessi, come se la crisi di un intero sistema economico di proporzione internazionale non avesse quella forza d’urto a prescindere.
In ultimo ci tengo a precisare, che tale errore di attribuzione sopra menzionato può essere facilmente rilevato alla coscienza dei più, infatti dubito che l’operaio in cassa integrazione si autoinfligga punizioni perché ritiene di essersi adoperato male sul posto di lavoro. Almeno che non abbia un poster di Brunetta affisso in camera lo escluderei, la presa di coscienza in questo caso è dettata dagli eventi. Quello che è da scongiurare è il ripiegamento su se stessi, limitandosi ad ignorare chi incita a consumare ad oltranza, magari dopo averti fatto vedere in tv lo shopping natalizio.
Per evitare che qualcuno magari si senta isolato nelle mani di persone che fremono nel fare la carità.